Personal(mente) – La mia esperienza con Conyac

Qualche mese fa, era notte fonda, mi sono imbattuta in un annuncio su Facebook  di Conyac  (https://conyac.cc) – cercavano traduttori on-line.

Fantastico! Poter lavorare da casa, organizzando il mio tempo, senza dovermi pettinare, con la felpa un po’ sdrucita indosso! (vabbe’ non voglio dare un’immagine così sciatta: stavo esagerando!) Ad ogni modo, un sogno! Senza pensarci più di tanto ho seguito il link dell’annuncio e mi sono iscritta.

In seguito ho cercato informazioni su cosa fosse Conyac: Conyac è una società giapponese che si propone, con successo, di offrire servizi di traduzione tramite una piattaforma crowdsourcing.

Conyac, a site with 80,000 bilingual users from around the world,
ready to take your job requests!
Please make full use of Conyac as your partner in your overseas expansion and business from overseas.

Ci si iscrive come traduttori (gratuitamente) dopo di che è possibile accedere ai progetti presenti nella sezione Market: si presenta la propria candidatura, se necessario si procede ad una prova, necessaria per verificare l’effettivo livello di competenza, se questa prova viene superata si entra nel vivo del progetto.

Ho partecipato a due progetti:

  • Tradurre delle frasi di natura colloquiale dal Giapponese o dall’Inglese in Italiano.
  • Creare varianti di frasi italiane di natura colloquiale.

Le traduzioni dall’Inglese (non conosco il Giapponese, una lacuna che mi piacerebbe colmare, chissà …) mi hanno permesso di entrare nel “vivo” di questo genere di lavoro.

In parte mi sono anche avvicinata al mondo giapponese: ho imparato come si identifica il modo in cui è costituito un appartamento, quali sono le linee metropolitane principali, cos’è il mare interno (deve essere affascinante!)  sono entrata nelle hot spring (e avrei voluto rimanerci…) A parte l’aiuto di Google , è stato determinante il supporto del gruppo di lavoro.

Quando si fa parte di un progetto su Conyac si accede ad una pagina di messaggistica di gruppo alla quale partecipano tutti coloro che fanno parte del progetto stesso, leader e traduttori. I leader sono coloro che si occupano poi di verificare e correggere, se necessario, le traduzioni eseguite, posso dire che i leader che hanno supervisionato i progetti sono stati delle persone deliziose: disponibili e solerti nell’offrire il loro supporto. Lo stesso vale per i “colleghi”, è stato davvero entusiasmante poter scambiare suggerimenti, opzioni ecc.

L’altro progetto, quello delle varianti, dall’Italiano all’Italiano, è stato un’esperienza da descrivere: credevo di conoscere piuttosto bene la mia lingua madre, di padroneggiarla senza difficoltà, e invece sono stata messa alla prova! Si trattava di modulare la stessa frase in quattro varianti, senza alterarne il registro, esprimere l’identico concetto ma variandone la forma. Apparentemente una cosa facile, ma non sempre.

Ho utilizzato il Dizionario dei sinonimi e dei contrari, il Dizionario etimologico, la Treccani, la fantasia, ho immaginato le situazioni in cui queste frasi venivano pronunciate, le emozioni ad esse collegate… Quel che, ancora una volta, è stato determinante è stato il gruppo di lavoro, una community di persone disponibili ad offrire aiuto, ad alleggerire lo spirito con una battuta.

Che dire? Sarei lieta di partecipare di nuovo a progetti simili. E’ stata, e spero continui ad essere, un’esperienza totalmente soddisfacente. Una possibilità di lavoro adeguata a questo momento storico, alle mie personali esigenze, un’opportunità che sono lieta di aver condiviso con persone gradevoli, in un ambiente confortevole.

Goethe / Einstein

“Se tratti una persona come se fosse ciò che potrebbe essere, diventerà ciò che può essere”. J.W. Goethe

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Pensieri come pesci 4 – Pesci in cerca d’autore (cit.)

Tentero’, per quanto i signori pesci me lo consentiranno, di identificarne e classificarne alcuni. Non necessariamente i piu’ comuni. Anzi comincerei proprio da quelli piu’ significativi e caratteristici.

Ad esempio:

Il pesce Dorian Grey: come il suo illustre omonimo, Dorian non muta aspetto. Si trastulla, si sporca, si corrode, si straccia, ma: nulla gli accade. Ritorna fulgido e scintillante piu’ di prima, come se nulla, dico nulla, gli fosse accaduto. Da qualche parte, presumo, dev’esserci un pesce “ritratto di Dorian Grey” avvizzito, consumato, liso… Egli vive di riflesso e paga di riflesso le azioni dell’altro. Una storia gia’ sentita che si ripete.

Oppure:

Il pesce vanitoso, il figaccione della situazione, arrogante quanto basta per dire: io so’ io e voi… ma cosa siete voi? piu’ che a cio’ che accade intorno a lui, pensa all’impressione che da’ di se’ stesso: “Avro’ fatto la mia porca figura?” Si bea di cio’ che fa, dice e, talvolta,  pensa. Si trastulla, glorificandosi, alimentando il suo ego. Si ammira credendo, illuso, che anche gli altri lo ammirino nella stessa misura in cui egli ammira se stesso. Si pavoneggia di se’.

– continua – ?

Pensieri come pesci 3 – Vivere con i pesci

Non e’ facile vivere con i pesci, anche se senza i pesci non e’ vita.

Si potrebbe forse fare a meno di quei dolci compagni che deliziano ogni momento del giorno e della notte? Direi proprio di no. Alla fine sono affezionata ai miei pesci, quegli affascinanti esserini che a volte vorrei sterminare ed altre, al contrario, non vorrei veder andare via!

Ma possono andare via i pesci?

Per esperienza affermo e sostengo che i pesci non ti lasciano mai!

Sebbene un pesce possa apparentemente sembrar superato, sfumato in un ricordo dai contorni incerti, non appena gli si dedica la minima attenzione, eccolo istantaneamente riprendere vita. Fido compagno di un lavorio mentale incessante, sfiancante e financo straziante!

Mi rendo conto che, messa giu’ cosi’, sta storia dei pesci sembra quasi una forzatura, un parlar di tutto senza parlar di niente. Beh, non sono d’accordo: sembra, ma a ben guardare non e’. Comprendo pero’ che alcune chiavi interpretative sono necessarie. Un accenno alla sostanza dei pesci potrebbe aiutare? Proviamo.

La quintessenza dei pesci e’ strettamente connessa alla natura umana. Un individuo umano privo di pesci e’ pressocche’ ridotto all’ebetismo. I pesci sono i nostri piu’ grandi amici, non possiamo prescindere da loro, e nello stesso tempo sono gli spietati nemici della nostra esistenza. Logorano anche i momenti piu’ belli, se ne stanno li’, sempre presenti. Si affacciano anche nei nostri sogni, con i loro occhi vitrei e inespressivi. Condizionano ogni istante, sempre presenti, sempre li’ a giudicare ogni cosa. Quel che facciamo, che diciamo, che viviamo creiamo eccetera e’ costantemente soggetto all’opinione (nella migliore delle ipotesi) dei nostri pesci, che commentano, giudicano, pongono dubbi, presentano pareri differenti e cosi’ via.

Nel momento stesso in cui passiamo dal sonno alla veglia, il pesce di turno e’ gia’ presente, boccheggia nel suo linguaggio significativo pur se muto, e sancisce e pontifica. Non ci liberiamo mai della presenza di almeno un pesce. E ne basta uno per sgonfiare lo sformato. Basta una insignificante bolla d’aria per far crollare il sogno del momento, smontarlo e farlo diventare il teatro dell’ennesimo dramma esistenziale.

Quasi mai riusciamo a godere sino in fondo del momento, il pesce ci proietta in un nanosecondo nel momento successivo, nella contraddizione spazio-temporale di quel che e’ stato e di quel che arriva dopo. Ci chiediamo se quel che e’ stato continuera’ ad essere cosi’ come e’, con quella forma, quelle modalita’ e quei contenuti. Nel medesimo istante perdiamo la cognizione di quel che era il nostro presente, avanziamo e indietreggiamo nel tempo, alla ricerca di risposte e domande delle quali potremmo ampiamente fare a meno, volte a soddisfare la brama del pesce e a privarci di ogni benessere.

Ecco come e’ vivere con i pesci. E’ come portar sempre con te Hannibal, Jack (lo squartatore) Sauron e tutta quella bella schiera di personaggi negativi che fan parte dell’immaginario. E loro sono li’ a farti sempre la festa. E a mandartela in vacca.

Pensieri come pesci 2 – Il pesce al secchio e il secchio di pesci

Facile buttare il pesce al secchio? Non so. Forse, mah, chissa’.

Gettarlo perche’ puzza sembra una cosa assai semplice, ma soltanto a parole. C’e’ sempre quel senso di possesso che ci fa attaccare alle cose, rendendo impossibile quell’atto cosi’ semplice, e sovente liberatorio, di eliminare facilmente qualcosa. Un oggetto che ingombra il nostro spazio interiore, lo “arreda”, lo riempie. L’accaparramento, il bisogno primordiale di possedere, spesso e volentieri fanno da freno a qualsiasi slancio, al salto di qualita’ (e di prospettiva) che potrebbero condurre a chissa’ quali livelli di benessere e soddisfazione.

Riuscendo a vedere le cose da una prospettiva diversa, in certi casi una passeggiata ad “alta quota” e’ consigliabile, se non addirittura inderogabile, si potrebbe cogliere quell’armonia che circonda ogni condizione, ogni stato, ogni emozione.

E invece eccoci qui, compenetrati nelle nostre soggettive posizioni, aggrappati alle nostre convinzioni, a cio’ che crediamo di aver capito, ai pre-giudizi, ai pre-concetti, pre-occupandoci, invece di occuparci.

Oggi va di moda lo space-clearing, il ripulire lo spazio fisico, perche’ ripulendo lo spazio fisico otteniamo il vantaggio secondario di ripulire il nostro armadio dagli scheletri che abbiamo accumulato nel tempo. Buttare via, non trattenere, lasciar andare tutto quel che ci ancora a una realta’ che non siamo piu’ in grado di sostenere.

Ma ci sono i pesci.

I pesci sono l’oggetto piu’ intimo del nostro essere. Per arrivare a buttare un pesce ne dovremmo percepire il profondo marciume, l’olezzo stantio che emana, l’effluvio putrescente che soffoca l’aria. Il piu’ delle volte non e’ cosi’: non percepiamo proprio niente. Siamo cosi’ abituati alla puzza che non ci accorgiamo delle tossine in cui siamo immersi.

E poi, diciamocelo: sotto sotto siamo affezionati ai nostri pesci. Un pesce e’ un compagno col quale svegliarsi al mattino e andare a letto la sera. Con un pesce non si e’ mai soli!

Figuriamoci poi, come nel mio caso, quando di pesci me ne porto dietro un branco e ben raramente mi libero di qualcuno. Sono sempre pronta a dare asilo ad un pesce nuovo, e con molta, moltissima difficolta’ ne mando qualcuno per la sua strada. Anche quando le circostanze di vita ci separano, li porto con me, nella memoria, nelle emozioni, nell’anima o sulla pelle.

Ancora oggi, decenni dopo, mi rammarico di qualcosa che e’ accaduto, di fatti, situazioni, dialoghi che avrei voluto condurre in modo diverso, sentimenti che non avrei voluto provare, gomitoli di sensazioni da dipanare. Per molto, troppo, tempo, li ho chiusi in un recesso della mente (e del cuore) e loro sono stati li’: silenti.

Ora basta, voglio dar loro voce, una sanatoria dell’anima che esploda come un urlo, un grido, un canto, una melodia.

Quindi, per ora, niente pesce al secchio. Il pesce si tiene in dispensa, si guarda la data di scadenza, si bada a consumarlo prima di quella data, e soprattutto gli si riconosce il grado di esistenza e di vita.

Come si evince, anche quando vuoi buttare il pesce al secchio, ti ritrovi con un secchio di pesci, e ti tocca dar loro ascolto!

Sara’ il caso di procurarsi un ricettario.

Pensieri come pesci 1 – La dispensa di pesci

Eccomi qui: mi faccio grandi seghe mentali su quel che e’ quel che non e’ eccetera eccetera…

Certo, dire che la mente umana e’ inspiegabile sembra quasi riduttivo.

Un anno fa, o meglio: nove mesi – una gravidanza a termine – credevo che la soluzione di tutti i miei problemi esistenziali si trovasse in un piccolo atto, un evento per me importante, un’inezia che poi di fatto si e’ realizzata (tornare insieme a A.) e oggi, beh oggi non so che pesci prendere!

No. Mento a me stessa: ho pescato. Una grassa e ricca rete ricolma di ogni bene possibile. Troppa roba. Non so cosa farci, dove metterla, non ho una dispensa grande abbastanza.

Oppure, si potrebbe dire, nella mia rete ci sono pesci che non so come trattare: cucinarli in padella, lasciarli andare liberi per il mare, allevarli in un acquario. Un acquario! Ecco, dove potrei metterli. Lasciar scorrere la vita osservando dei pesci che nuotano in un acquario! Trascorrere il tempo osservando le loro andature sinuose e fluttuanti nell’acqua. Lampi di luce argentea che scintillano ad ogni spostamento. Rapide iridescenze che soltanto per un attimo brillano nella trasparenza dell’acqua.

Non si puo’ fare. L’acqua di un acquario e’ ferma, mossa soltanto da quegli apparecchi che la ossigenano o dei pesci che vi nuotano, credendo di andare chissa’ dove. Non andrebbe bene. La vita, una vita qualsiasi, quella di chiunque, non e’ neppur lontanamente paragonabile a quel che accade in un acquario.

Li’ (nell’acquario) si tenta di riprodurre artificialmente quel che in natura accade in modo piu’ o meno spontaneo, naturale, per l’appunto. Nascita, crescita, morte, interazione con altri esseri, della propria specie o di altre, in natura, semplicemente avvengono. Se c’e’ un grande burattinaio che si diverte a inventare storie e a farle poi rappresentare, i protagonisti non ne sono consapevoli. Credono, al contrario, nel loro libero arbitrio, e magari il grande burattinaio li lascia liberi di crederlo. Al contrario (sempre nell’acquario) il mondo si riduce ad una bolla controllata dall’esterno. Tutto dipende dall’alchimia chimica che il proprietario dell’acquario riesce a creare.

Anche quando si limita a prendere acqua di fiume e la lascia li’ a decantare. Per il semplice fatto di non scorrere piu’, cosa che e’ propria del fiume, l’acqua e il materiale vivente in essa contenuto. Sono stati snaturati dalla loro condizione di appartenenza.Un po’ come quelle splendide orchidee che negli ultimi anni si sono diffuse nelle case. Le phalenopsis. Orchidee tropicali che vivono sulla corteccia di alberi, messe in vaso, private del loro ambiente umido, soggette all’arsura del riscaldamento invernale, a correnti d’aria, a privazioni che non appartengono alla loro propria esistenza. Messa cosi’ fa un po’ orrore, in realta’ le trovo bellissime. Deliziano lo sguardo con sfumature di colore, catturando l’attenzione di chi guarda, regalano un momento di gioia allo stato puro, suscitano gratitudine e calore d’amore.

Divago, divago nello sciocco tentativo di non dover trovare una sistemazione ai miei pesci. Che poi, sistemare i pesci e’ una mia necessita’, ai pesci non importa nulla. Che io li sistemi o li lasci stare in pace li’ dove sono, loro sono a posto. E’ il mio bisogno di controllare e catalogare. Ordinare e dare una domanda e una risposta a tutto. Anche a quel che non puo’ essere incastrato in classificazioni.

A quel che non mi so proprio spiegare. A quel che accade e che non riesco ad interpretare. A quel che interpreto e, nel momento stesso in cui tento (ahime’) di interpretarlo mi sfugge, con un guizzo repentino. Si sottrae, maledetto, alla necessita’ di misurare, al processo conoscitivo dell’osservazione, all’atto di padronanza che cerco di compiere. E mi sento vittima, soggetta ad essere traversata da emozioni, pensieri, congetture.

Mi piacerebbe un po’ di semplice semplicita’.

Beh, per oggi i pesci li lascio nella dispensa, ci pensero’ domani.

Puoi sempre fartene una ragione!

O meglio, se non hai alternative, fattene una ragione, facci pace!

Fai pace con quel che non puoi controllare, fai pace con cio’ che puoi controllare e ti disturba, fai pace con quella strana sensazione di malessere che non sai definire, e che e’ li’. Sempre presente: una inquietudine che t’accompagna, anche quando pensi di essertene liberato.

Ti distrai un attimo, e quella e’ li’. Nascosta non sai dove.

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Alla fine ti ritrovi cosi’: spalmato. E non sai neppure perche’.

L’alternativa c’e’: fattene una ragione!

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